Acqua: la grande occasione per ripensare la città

di Elena Granata

Progettisti, architetti, ingegneri, ecologi, paesaggisti, sono oggi chiamati a intervenire in modo locale e puntuale sul corpo vivo della città, lavorando sulle superfici, sui suoli liberi, sulle infrastrutture naturali (alberi, prati, suoli, acque) per adattare i sistemi urbani agli effetti del climate change creando o ricreando superfici permeabili in grado di assorbire velocemente l’acqua e rallentare il deflusso superficiale per costruire una nuova idea di bellezza, di salute, di benessere urbano.

Mancanza d’acqua, eccesso d’acqua, grande siccità, improvvise inondazioni, tra questi estremi si gioca l’equilibrio instabile del nostro tempo; l’acqua è risorsa fondamentale, l’acqua è minaccia pericolosa.

Il cambiamento climatico sta accentuando questa dinamica, in modo talvolta traumatico e le città costruite sulla riva del mare rischiano inondazioni episodiche; la mancanza di acqua sta diventando un problema per le città poiché le falde acquifere si vanno gradualmente esaurendo. Lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento della superficie del mare e il cambiamento dei flussi al loro interno si traducono sulla terraferma in modelli irregolari di precipitazioni, esagerate o insufficienti.

Con l’acqua, in forme varie e diverse abbiamo a che fare tutti, ogni giorno, in ogni luogo.

La città-spugna come soluzione sistemica per rendere resilienti i sistemi urbani a rischio

La città spugna, un approccio di pianificazione urbanistica che utilizza la vegetazione e elementi di drenaggio sostenibile per far affluire la pioggia nel terreno e indirizzarla in falde acquifere o in bacini artificiali di raccolta

Ecco perché diventa cruciale adattare i sistemi urbani al rischio, ammorbidire gli impatti, creare zone cuscinetto, adattare i nostri sistemi insediativi affinché siano più reattivi e capaci di rispondere secondo una “logica vegetale” (è questo lo spirito delle cosiddette nature-based solution): alla forza della natura si può rispondere solo con la natura.

Alberi, verde pensile, aiuole, parchi, stagni o laghi, ma anche strade sterrate, sabbia e altre superfici permeabili in grado di assorbire velocemente l’acqua e rallentare il deflusso superficiale, assolvono certamente ad una funzione ecosistemica e aiutano a contrastare gli effetti della crisi climatica sulle città ma al contempo possono alimentare una nuova idea di bellezza, di salute, di benessere urbano.

I progettisti, architetti, ingegneri, ecologi, paesaggisti, sono oggi chiamati a intervenire in modo locale e puntuale sul corpo vivo della città, lavorando sulle superfici, sui suoli liberi, sulle infrastrutture naturali (alberi, prati, suoli, acque). La pelle delle città fatta di materiali duri, di cemento, di asfalto, di pietra, di lamiere, amplifica la radiazione solare riflessa da queste superfici, accresce la percezione di calore da parte delle persone e quindi i danni sulla loro salute o impedisce all’acqua di venire assorbita facilitando inondazioni anche nei centri abitati.

Per questo motivo dobbiamo lavorare sulla natura spugnosa e umida di suoli (sponge cities), per renderli capaci di reagire agli eventi climatici estremi e di utilizzare con lungimiranza le risorse idriche a disposizione.

Passare da un centro urbano impermeabile, ricoperto di asfalto e cemento, a una città con superfici naturali, verdi, porose dove è più probabile che l’acqua venga assorbita, richiede di de-pavimentare e de-impermeabilizzare là dove è possibile farlo, tornando al suolo libero e naturale.

Quattro interventi che mettono in evidenza approcci nature-based per gestire in maniera strategica le acque meteoriche in ambito urbano

“Let’s break it up!” è il motto creato da LAND, richiamato nel pezzo di Andrea Balestrini, Head of LAND Research Lab (studio fondato da Andreas Kipar): “rompere” quel guscio impermeabile che copre le città significa favorire la biodiversità urbana, promuovendo nuovi equilibri ecologici.

Un percorso necessario che incontra ancora pregiudizi culturali e legati ad un’idea di decoro urbano che predilige asfalto e pietra, ma serve coraggio e determinazione perché non abbiamo alternative: la crisi climatica ci sfida nei luoghi dove le persone vivono, ci chiede di reintrodurre alberi e suoli liberi dove li abbiamo persi, di provare a ripensare la struttura stessa delle città, ispirandoci alla natura. È la logica delle nature-based solution, progetti e strategie di sopravvivenza mutuate dalla natura stessa, che agiscono sui suoli urbani con interventi di riforestazione, con interventi sul sistema delle acque, sugli edifici e le facciate.

Pensiamo alle “piazze d’acqua” o ai “giardini inondabili”, oggi diffusi nelle città olandesi, che adottano un approccio complice con la natura, trasformando il problema della gestione delle acque piovane in una risorsa per la riqualificazione ambientale, economica e sociale di una vasta area andando ad integrare l’acqua negli spazi aperti.

Aree gioco, aree per lo sport, aree a parco naturale, diventano “giardini inondabili” dove l’acqua viene raccolta ed integrata per stimolare le varie attività, con una capacità di gestire volumi di pioggia straordinari.

Rotterdam-Benthemplein, Watersquare

Un rovesciamento di prospettiva che viene ben raccontato da Cornelia Di Finizio in questo numero.

Negli ultimi anni, il Servizio idrico Integrato ha maturato un approccio alternativo alla difesa idraulica, di cui i Sistemi di Drenaggio Sostenibile (SuDS – Sustainable Drainage Systems), sono un esempio concreto e sostenibile di adattamento ai cambiamenti climatici.

I contributi dei Professori Massimo Iovino e Marco Maglionico integrano i precedenti interventi ed evidenziano come l’approccio Water Sensitive Urban Design rappresenti una soluzione sostenibile per la gestione delle acque meteoriche.

Per decenni infatti abbiamo collettivamente ritenuto secondario prenderci cura del nostro patrimonio idrico, integrandolo in una pianificazione attenta al sistema dei suoli e delle acque, come se l’acqua fosse una risorsa infinita.

Ma non è così: il patrimonio delle infrastrutture idriche italiane – il 36 % delle condotte per acqua potabile in Italia ha più di cinquanta anni e fa letteralmente acqua in molte sue tratte – richiederebbe urgenti interventi di manutenzione, ammodernamento e sostituzione delle linee più danneggiate. La crisi climatica e i suoi effetti sulla nostra sicurezza e il nostro benessere può diventare davvero l’occasione preziosa per rimettere l’acqua al centro della pianificazione territoriale e della cura delle città.

Elena Granata

Professore di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, vicepresidente della Scuola di Economia Civile.

È cofondatrice di PlanetB.it, gruppo di ricerca sui temi ambientali e sociali.

Si occupa di città, ambiente e cambiamenti sociali.

Tra i suoi libri: Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo (Giunti 2019),  Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (2021), Ecolove. Perché i nuovi ambientalisti non sanno ancora di esserlo (con F. de Lettera, Edizioni Ambiente 2022), e Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura (2023).