Il suolo: riserva vitale di biodiversità

di Elena Granata

Il suolo, spesso ignorato, è un ecosistema complesso e vitale, custode del 25% della biodiversità. La sua struttura dinamica ospita interazioni tra organismi che ne garantiscono fertilità e funzionalità. Tuttavia, il suolo fertile è irriproducibile e minacciato da urbanizzazione e degrado. Fondamentale per la sicurezza alimentare e la resilienza climatica, merita più attenzione nelle politiche urbane. Soluzioni come tetti verdi e ripristino ecologico offrono nuove opportunità per valorizzarlo e proteggerlo.

Il suolo – pur così necessario alla nostra vita – non gode ancora di buona fama. Sta lì, inerme, sotto i nostri piedi, per la gran parte invisibile agli occhi, senza il fascino che altri elementi della natura esercitano su di noi, come gli alberi o gli animali.

“Ogni giorno lo calpestiamo – ci ricorda Francesca Neonato – dipendiamo da lui per ogni nostra funzione vitale, è alla base di qualsiasi processo biologico, ma lo trascuriamo”.

Ecco perché abbiamo deciso di iniziare l’anno con quattro preziosi contributi che partono dal suolo e dalla sua rilevanza per la nostra sopravvivenza.

Servono occhi curiosi e intelligenza per comprendere che il suolo è un immenso e fragilissimo microcosmo da scoprire, un’architettura in continuo movimento e trasformazione dove macro e microrganismi lavorano incessantemente e secondo mutue e reciproche interazioni.

Ai miei studenti lo racconto come la più grande “fabbrica di vita” del nostro pianeta, dove è custodita il 25% della biodiversità del pianeta.

 

Perché parlo di architettura e di habitat?

Perché la struttura porosa del suolo ricorda quella di un magnifico edificio, fatto di pieni e di vuoti, di stanze e di ambienti con aria e acqua, con zone ricche di materia organica e strati minerali più profondi. Questa struttura così articolata consente che resti di piante e di animali in decomposizione nutrano batteri, funghi e altri microrganismi entro cicli di vita che continuamente si alimentano. Batteri e funghi decompongono la materia organica e liberano sostanze nutritive e lombrichi e insetti scavano gallerie, mescolano il terreno e migliorano la sua struttura; le radici delle piante e i microrganismi formano simbiosi (ad esempio, i funghi micorrizici aiutano le radici ad assorbire meglio i nutrienti). Una preziosa catena di montaggio in cui tutti gli elementi cooperano tra loro.

Il fatto che la vita di questo straordinario mondo non sia visibile a occhio nudo e che non ci accorgiamo di questo lavorio silenzioso dovrebbe suscitare in noi meraviglia e rispetto. E tanta prudenza nell’uso!

Eppure, nell’immaginario di amministratori, tecnici, architetti il suolo continua ad avere una natura bidimensionale, piatta, non se ne coglie la profondità e soprattutto non si considera l’irriproducibilità del suolo libero e fertile qualora venga asfaltato, cementificato, tombato, consumato.

L’irriproducibilità del suolo si riferisce alla sua capacità di rigenerarsi o di riprodurre le stesse caratteristiche che aveva in precedenza, come la sua fertilità, la sua struttura e biodiversità, dopo un uso intensivo o dannoso. In altre parole, un suolo irriproducibile è quello che, a causa di attività agricole, edilizie e industriali, degrada al punto che non è più in grado di essere rigenerato o ripristinato con metodi naturali e in tempi ragionevoli.

L’irriproducibilità del suolo è un tema importante per la sostenibilità agricola e la sicurezza alimentare, poiché il suolo sano è alla base della produzione di cibo e della gestione delle risorse naturali. È “curioso come in architettura si chiamino suolo anche le superfici pavimentate, che invece sono il suo esatto contrario, in quanto coprono e soffocano questa entità vivente”, ci spiega Francesca Neonato   nel suo articolo richiamandoci ad un uso più consapevole delle parole. Il suolo è suolo. Una strada asfaltata non è più suolo.

Il suolo è fondamentale per tutti gli ecosistemi terrestri, poiché supporta direttamente o indirettamente la vita e le attività umane. Dal suolo dipende la produzione del cibo. In ambito urbano, i principali servizi ecosistemici del suolo includono l’immagazzinamento del carbonio, il supporto alle piante e la capacità di gestire l’acqua piovana in eccesso. Il rapporto dinamico tra clima, suolo e piante evolve nel tempo, con ciascun elemento che influisce sugli altri. Nonostante l’importanza di clima e vegetazione siano riconosciute e supportate da politiche, il suolo rimane spesso ignorato dal pubblico e dalle istituzioni.

Chiara Baldacchini e Francesca Bretzel mettono in evidenza come la salute del suolo sia cruciale per il successo delle soluzioni basate sulla natura (NbS), che sono fondamentali per affrontare le sfide ambientali e climatiche nelle città. Il suolo è centrale per il funzionamento degli ecosistemi, supportando la crescita delle piante, il sequestro del carbonio, il ciclo dell’acqua e la biodiversità. La sua salute è essenziale per la resilienza climatica, ma i suoli sono minacciati dal degrado, causato da salinizzazione, erosione, inquinamento e compattazione, soprattutto nelle aree urbane. Questi problemi hanno un forte impatto anche sulla nostra salute e il monitoraggio della salute dei suoli dovrebbe rientrare nelle azioni di tutte le amministrazioni locali.

L’impegno di tecnici e paesaggisti non si limita oggi però alla sola difesa ma richiede anche il ripristino e la cura della loro salubrità. Patrizia Pozzi nel suo contributo illustra il progetto per l’hotel Mandarin Oriental sul lago di Como nel quale ha affrontato le difficoltà legate al terreno utilizzando terricci avanzati e strutture in acciaio corten per contenere le piante. Le scelte botaniche, come palme e fioriture eleganti, hanno generato un ambiente naturale in grado di tenere insieme bellezza e ripristino di un ecosistema.

Ma il suolo oggi viene valorizzato anche sulle molte superfici inutilizzate come nel caso dei tetti verdi esplorati da  Alberto Barbaresi ed Enrica Santolini, che rappresentano una risposta innovativa per affrontare le sfide ambientali e sociali. Sono soluzioni naturali che contribuiscono a migliorare la gestione delle acque meteoriche, ridurre le temperature urbane e aumentare la biodiversità, diventando una risorsa sempre più integrata nelle politiche di sviluppo urbano.

Buona lettura, che il nuovo anno risvegli in noi più amore e rispetto per la terra che ci nutre e protegge.

Elena Granata

È professoressa di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile. È stata membro dello staff Sherpa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, G7/ G20 (2020-21). Si occupa di città, di ambiente e di cambiamenti sociali. Tra i suoi libri: Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo (Giunti 2019) e Ecolove. Perché i nuovi ambientalisti non sanno ancora di esserlo (con F. de Lettera, Edizioni Ambiente 2022). Per Einaudi ha pubblicato Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (2021) e Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura (2023). È cofondatrice di PlanetB.it, gruppo di ricerca sui temi ambientali e sociali.